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complesso parrocchiale
San Benedetto

architettura

complesso parrocchiale San Benedetto

progettisti: Arch. Fabrizio FV Arrigoni, Arch. Marco Arrigoni, Arch. Damiano Dinelli, Arch. Marinella Spagnoli, Ing. Massimo Bottega
collaboratori: Arch. Valentina Satti, Arch. Arch. Pietro Torricini, Arch. Luca Roti
consulenti: liturgista Mons. Enrico Mazza
arte: M° Claudio Parmiggiani
committente: Diocesi di Lamezia Terme
luogo: Lamezia Terme
anno: 2014
tipologia: edificio di culto
url: europaconcorsi

monstrante scriptura quia in multiloquio non effugitur peccatum Regula Sancti Benedicti, VII, 57

Il nuovo complesso inter-parrocchiale “San Benedetto” è stato immaginato in forte relazione con il suo contesto più prossimo. Pur restando rigorosamente fedeli ad antiche e consolidate prassi – altare versus ad orientem, organizzazione per cellule chiuse degli spazi serventi, autonomia figurativa dell’edificio di culto – la disposizione complessiva dei volumi è stata determinata al fine di rispondere agli assetti presenti nel piano urbanistico attuativo A.P.I. dell’area.
Da qui la prossimità dell’aula al viale a sud, evidente asse gerarchico del comparto urbano, e la volontà di proseguire concludendole – le vie di bordo ora solo accennate dallo strumento di previsione. Il disegno del parco e la giacitura degli edifici comunali sono stati dunque pensati in coerenza con le spazialità che la nuova costruzione mette in opera, secondo modalità in grado di allestire un paesaggio complesso quanto razionale dell’intero plesso.

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Si riconoscono tre grandi partizioni del lotto, mutuamente intrecciate tra loro e scandite dai percorsi trasversali principali. Una prima, tangente al viale, ospita il sagrato e l’accesso alla chiesa; l’impronta di quest’ultima è alternata da vaste superfici a verde. A occidente il parterre si conclude nel nuovo edificio comunale: sospeso tra piazza e giardino questo luogo, di intonazione civile e religiosa, ospiterà eventi comunitari secondo tradizione. La posizione ortogonale alla via dei due edifici pubblici comporta uno slargo verso il tessuto edilizio: una pertinenza che sottolinea l’uso collettivo delle fabbriche e che può facilmente essere connessa con il vicino giardino (la differenza rispetto al programma dello Stralcio è in questi termini: superficie totale prevista mq. 2.150; superficie totale della proposta mq. 2.161). Una seconda parte è costituita dai corpi delle attività serventi – la casa del parroco, le opere per il ministero pastorale, la grande sala ipogea per gli incontri inter-parrocchiali; una serie di percorsi fanno sì che questa porzione dell’intervento goda della opportuna indipendenza di esercizio, pur rimanendo saldamente ancorata alla logica più generale della proposta. A questa sezione dell’intervento corrisponde il disegno del frutteto mediterraneo a cui succede una vasta area destinata come campo per il tempo libero e il gioco, e il cui pattern ha carattere maggiormente informale.

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Ogni locus possiede una virtualità, una latenza; nel caso nostro riteniamo che il parco costituisca l’occasione specifica di questa addizione urbana. Da questa premessa il desiderio di pensare come un unico tema il complesso inter-parrocchiale e questa porzione inedificata. E ciò ben oltre ragioni di origine utilitaristica o di standard urbanistico; valutiamo infatti profondamente legato al Santo cui il complesso è vocato il “prendere cura” e il governo della terra (“opera delle dita di Dio” Salmo 8), una declinazione della stabilitas loci promossa dalla Sancta Regula. Riguardo al piano del verde distinguiamo tre tipologie cardine: l’alberatura stradale e di confine – olmo (Ulmus resista sapporo Gold), acero campestre (Acer campestre Queen Elizabeth), ontano (Alnus spaethii) e sorbo degli uccellatori (Sorbus aucuparia) tra altri – l’arboreto fiorito – albero della manna (Fraxinus ornus), albero di Giuda (Cercis siliquastrum), albero dei paternostri (Melia azedarach), e albero dorato della pioggia (Koelreuteria paniculata), tra altri – e il frutteto mediterraneo – arancio amaro (Citrus aurantium), ciliegio selvatico (Prunus avium plena), e carrubo (Ceratonia siliqua) tra altri. Il frutteto è articolato in quattro settori ciascuno dei quali, al suo centro, ospita una singola essenza di memoria biblica: melograno (Punica granatum), fico (Ficus carica), olivo (Olea europaea), palma da datteri (Phoenix dactilifera).

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Il rigore geometrico e la misura espressiva saranno i signa sensibilia propri dell’edificio religioso, cercando di evitare quel tratto proprio dell’“esperimento poetico” che sovente distingue le proposte contemporanee di arte sacra e responsabile di quell’eccesso di semantizzazione che connota molte realizzazioni cultuali recenti. Viceversa la massa compatta e continua dell’aula – un cubo compartito secondo tre blocchi per lato – si stacca dal livello inferiore dei corpi limitrofi, facendo risuonare al massimo grado il binomio pieno-cavo, fenomeno originario del fare architettura secondo i principi del monaco-baumeister Hans Van der Laan. Un edificio austero il cui scopo è di indicare l’illimite per tramite del limite, una custodia della trascendenza distante da ogni glossolalia, e dove il salto tra il fuori e il dentro, l’aperto e il chiuso, deriva dall’esigenza di dare la massima enfasi alla luce che vivifica l’aula della preghiera – simbolo della “luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv1,9).
Le materie La pavimentazione della piazza sarà in pietra arenaria – tipo arenaria macigno o pietra forte Colombino – rispondente ai requisiti di cui alle norme UNI 2718. Lastricato tagliato su misura fissa o a correre nella dimensione di 50 cm. per una lunghezza minima di 1,5 volte la larghezza. La lavorazione della faccia superiore sarà costituita da fiammatura e successiva rigatura a 45° senza nastrino perimetrale (spessore compreso tra gli 8 e i 12 cm.). Montaggio a segnatura alternata con giunto massimo di 0,5 cm. Ulteriori formati e trattamenti potranno ricorrere in corrispondenza di arredi, sedute, sostegni per l’illuminazione artificiale.

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Come indicato sovente negli studi di liturgia gli interventi d’arte sono stati interpretati sotto plurimi aspetti. Numerose sono infatti le esigenze a cui offrire soluzione: da esigenze funzionali alla vita del rito alla necessità di bellezza quale espressione degna della grandezza del Mistero; da una esigenza di riconoscibilità e di aderenza alla comunità di riferimento alla volontà di essere partecipi delle condizioni della contemporaneità. Il tutto nella continuità e nella corrispondenza delle scelte dei codici al fine di un’armonia – coaptatio – complessiva. Liturgia è azione, dinamismo tra luoghi salienti; da qui la possibilità di intendere le diverse opere come tappe di un medesimo percorso dove la reciproca concordia ne diviene la manifesta testimonianza (Sacramentum caritatis). La riduzione e la rarefazione delle apparecchiature di decoro – ad ogni livello di scala dell’opus manuum – sono l’analogo del valore intimo del silenzio, sola condizione dove anche l’accadimento più marginale conquista forza ed espressione. Su alcuni luoghi: l’altare sarà in marmo bianco con inserti di bronzo dorato; è il fuoco visivo che decostruisce l’omogeneità dell’invaso. Per geometria e aspetto ha lati di uguale potenza; le spaccature della materia rammentano l’ara e la mensa, l’agape e il sacrificio. L’ambone sarà in marmo bianco con i fianchi di bronzo patinato; tre gradini lo staccano dal piano del presbiterio facendo sì che si sporga in direzione dell’assemblea; oltre la sua dimensione fisica è monumento. Il battistero potrà essere una croce di marmo bianco con un inserto di bronzo dorato; è sito all’ingresso dell’aula e annuncia il suo essere soglia, passaggio; il suono e la luce di poca acqua mossa – una goccia, una sorgente minima – ne sarà il sigillo.

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